CONCERTO DELLA MEMORIA E DEL DIALOGO
La corda rotta. Un violoncello nel ghetto di Terezin
Valentina Coladonato soprano
Paolo Marzocchi pianoforte
Guido Barbieri voce narrante
Musiche di Weber, Ullmann, Klein, Marzocchi
Una coproduzione: Amici della Musica di Modena / Fondazione Teatro Comunale di Modena
In collaborazione con: Fondazione Villa Emma, Comunità Ebraica di Modena e Reggio Emilia
BIGLIETTERIA
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I. Weber (1903-1944)
Ich wandre durch Theresienstadt (Vado errando per Theresienstadt),
armonizzazione di Paolo Marzocchi
V. Ullmann (1898-1944)
Da “Six Sonnets de Louïze Labé” op.34
- “Claire Vénus”
- “Je vis, je meurs…”
P. Marzocchi (1971*)
Heimatlos,
da un tema di Friedrich Schwarz
G. Klein (1919-1944)
Wiegenlied (ninna nanna)
G. Klein
Sonata per pianoforte
- Allegro con fuoco
- Adagio
- Allegro vivace
V. Ullmann
Drei jiddische Lieder op.53
- Berjoskele
- Margarithelech
- A Mejdel in die Johren
V. Ullmann
Zwei chinesische Lieder (1943)
- Wanderer erwacht in der Herberge
- Der müde Soldat
Accompagnamento solo (da Berioskele)
I. Weber
Wiegala (ninna nanna),
elaborazione e armonizzazione per mano sinistra di Paolo Marzocchi
La corda rotta
Un violoncello nel ghetto di Terezin
C’è un momento tragico, nel corso del Novecento, in cui, all’improvviso, sotto gli occhi silenziosi di migliaia di testimoni, la corda che aveva sempre tenute legate l’arte e la storia si spezza. Forse per sempre. Quel “momento” dura, in realtà, tre lunghi anni e ha per teatro una fortezza asburgica a sessanta chilometri da Praga: la fortezza di Terezin, Theresienstadt per i tedeschi. Tra le mura “a stella” di quella vecchia prigione, trasformata da Reinhard Heydrich in un ghetto “modello” riservato agli ebrei anziani e “Illustri” (i cosiddetti prominenten), si consuma infatti una frattura epocale che solo oggi, forse, siamo in grado di comprendere.
Tra il 1941 e il 1944, Terezin è una fabbrica d’arte che lavora giorno e notte, come in nessun altra città europea: centinaia di concerti, decine di opere liriche, spettacoli teatrali e di cabaret, mostre d’arte, film, riviste, conferenze, lezioni. Una produzione culturale ricca, originale, innovativa frutto delle migliaia di artisti boemi, moravi, moldavi, austriaci che la macchina nazista aveva concentrato in un unico luogo. E che nel ghetto avevano portato, insieme ai loro corpi avviliti dalla prigionia, l’impellente necessità della creazione. A loro viene concessa una inusitata, surreale, stupefacente libertà di pensiero e di azione. Era però un meccanismo a tempo determinato che conteneva, scritta nei propri ingranaggi, una scadenza precisa.
A partire dalla metà del ’44 infatti quella stessa macchina, piegata inesorabilmente al progetto dello sterminio, non può far altro che fermare l’orologio ed esercitare, nei confronti degli artisti, la forma più estrema di censura che potesse mettere in atto: la loro sistematica eliminazione fisica. Quando il 17 ottobre del 1944 i 1390 artisti di Terezin partiti il giorno prima a bordo del kunstlertransport vengono passati, tutti insieme, per le camere a gas di Birkenau non si verifica solo uno dei più tragici pogrom della storia europea, ma accade qualcosa di inimmaginabile: nel giro di poche ore non solo vengono sterminate due generazioni di artisti, ma viene intriso di veleno l’humus della storia, quel terreno che aveva per secoli generato i frutti dell’arte e della scienza. Senza saperlo le SS che hanno accompagnato sotto le docce gli artisti di Terezin hanno fatto sì che le loro opere divenissero brutalmente postume, senza padri e senza madri, abbandonate alla loro spaventosa solitudine. L’esito, a posteriori, è stato ed è ancora oggi sconvolgente: per la prima volta nel corso del secolo infatti l’arte non è stata generata dalla storia, bensì dalla negazione della storia, dalla morte della stessa idea progressiva, evolutiva, unidirezionale della storia. Le opere lasciate dagli artisti di Terezin, le sonate, i quartetti, i drammi, le commedie, i film, le poesie, i disegni sono la testimonianza ancora miracolosamente vivente di questa frattura che forse non si è più risanata. Opere che non hanno radici nella società, ma nella totale abolizione di qualsiasi idea di società.
Tra le infinite storie individuali generate dalla tragedia corale di Terezin ce n’è una che possiede uno stupefacente valore paradigmatico. Una storia in cui la corda simbolica che lega l’arte e la storia acquista la forma di una corda vera, autentica: anzi di quattro corde distinte, le quattro corde di un violoncello. Protagonista di questa parabola reale è infatti un violoncellista praghese senza volto. Di lui non conosciamo il nome, l’età, il destino: forse è salito anche lui il 16 ottobre sul treno degli artisti. O forse no. Sappiano però che prima di essere deportato, come migliaia di suoi concittadini, nel ghetto di Terezin compie un atto bellissimo e disperato. Sa perfettamente che prima o poi i soldati tedeschi lo strapperanno alla sua casa e alla sua città, ma sa altrettanto bene che non vuole separarsi, per nessuna ragione al mondo, dal suo violoncello, la sua unica ricchezza. E allora giorno dopo giorno, notte dopo notte, smonta accuratamente, con infinita cura e pazienza, il suo strumento, lo riduce ad un cumulo di legno e ferro e lo infila in una sacca da viaggio. Quando le SS bussano alla sua porta e lo caricano sul treno diretto a Terezin quella sacca è il suo unico bagaglio. Una volta arrivato nel ghetto, con altrettanta precisa determinazione, inizia il percorso alla rovescia e ricostruisce, pezzo per pezzo il suo violoncello, fino a farlo tornare a vivere. E le corde rotte dopo mesi di silenzio riprendono a suonare.
Questo piccolo straordinario episodio di amore e di sopravvivenza è il filo narrativo principale de “La corda rotta. Un violoncello nel ghetto di Terezin”. Il racconto verrà affidato alla voce narrante di Guido Barbieri che è anche l’autore del testo. Le parole si irradieranno però dal suono. Il suono lontano nel tempo, e quasi mai ascoltato, delle musiche composte nella operosa cattività di Terezin. La voce di Valentina Coladonato e il pianoforte di Paolo Marzocchi intoneranno infatti sette pagine, vocali e strumentali, nate ed eseguite nel ghetto. I destini dei tre compositori che figurano in locandina sono singolarmente diversi. Gideon Klein viene caricato sul treno per Auschwitz del 1 ottobre per essere poi trasferito nel campo di lavoro di Fürstengrube: verrà ucciso dai soldati nazisti, in circostanze mai chiarite, il 27 gennaio del 1945, esattamente lo stesso giorno in cui l’Armata Rossa libera per sempre il campo di Auschwitz. Ilse Weber lo seguirà di pochi giorni. A lei tocca il transport del 5 ottobre: verrà giustiziata insieme al figlio il giorno successivo. Viktor Ulmmann sale invece sul kunstlertransport del 16 ottobre e verrà passato per i camini il 17 insieme agli altri 1389 artisti di Terezin.
Non vogliamo in alcun modo, però, piegare i suoni e le storie di Terezin alle ragioni di una mera celebrazione del passato, né chiudere noi stessi nel recinto spento della memoria. È profondamente ingiusto, crediamo, imprigionare le musiche e i racconti generati dalla Shoah in un nuovo, intollerabile ghetto, quello degli anniversari, delle ricorrenze stancamente e meccanicamente riproposte. L’unico antidoto per uscire dai nuovi ghetti del presente è quello di far dialogare gli artisti del passato con quelli del nostro tempo. Di unire cioè i lembi estremi di quel filo spezzato che ha impedito ai figli di conoscere i loro padri. Per questo un brano del concerto è affidato a una nuova composizione che gli Amici della Musica di Ancona ha commissionato a Paolo Marzocchi, tra i più originali compositori del nostro tempo, che ha lavorato sui materiali poetici e musicali prodotti dalla fertilissima fabbrica di Terezin.
Un posto particolare, nella serata del 27 gennaio, verrà riservato a Ilse Weber. La poetessa ceca, deportata a Terezin nel 1942, lavorò per due anni come infermiera di notte nell’angusta e male attrezzata infermeria per bambini del ghetto. Durante la detenzione scrisse più di settanta testi poetici, per alcuni dei quali compose anche le musiche. Quando il marito Willi venne trasferito ad Auschwitz decise di seguirlo insieme al figlio di tredici anni, Tommy. Della famiglia sopravvisse solo il padre.
Guido Barbieri
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