Après tout [Dopo tutto]
WKO – CAMERATA DEGLI AMMUTINATI
Con la partecipazione dell’ensemble Orizzonte Vocale
Mattia Dattolo direttore
Elisa Primavera-Lévy testi
Guido Barbieri introduzione
Musiche di Fabien Lévy
Una coproduzione: Amici della Musica di Modena / Fondazione Teatro Comunale di Modena
In collaborazione con: Fondazione Villa Emma, Comunità Ebraica di Modena e Reggio Emilia
Incontro di presentazione al pubblico
Sabato 24 gennaio alle ore 17.30, Ridotto del Teatro (ingresso libero da via Goldoni 1)
Ospiti:
- Guido Barbieri, musicologo
- Fabien Lévy, compositore
- Paolo Marzocchi, pianista
- Mario Sollazzo, Amici della Musica di Modena
BIGLIETTERIA
- intero €10
- ridotto (Soci AdM sottoscrittori) €5
- ingresso gratuito Soci AdM sostenitori
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F. Lévy (1968*)
Après tout [Dopo tutto]
Prima esecuzione italiana
I paradossi del perdono. Contesto drammaturgico di Après tout di Fabien Levy
Après tout: con queste due brevi parole francesi è possibile riassumere in modo conciso, quasi laconico, un intero dramma. In italiano occorre qualcosa di più. «Dopo tutto» è la traduzione letterale, che copre la dimensione temporale, ma tralascia il significato concessivo che risuona in francese. Una traduzione più appropriata sarebbe quindi: “dopo tutto, ma anche nonostante tutto” o “dopo tutto, anche se è successo questo e quello” o anche “dopo tutto, nonostante le mie, le tue e altre riserve e ostacoli”. Con questo titolo che unisce le dimensioni temporali e concilianti, ci troviamo già nel mezzo del contraddittorio processo del perdono, che solleva molte domande.
Après Tout è stato commissionato dal Ministero della Cultura francese per il Festival Ultraschall di Berlino, i nuovi Vocalsolisten Stuttgart e l’ensemble francese 2E2M, ed è stato eseguito per la prima volta il 22 gennaio 2013, esattamente 50 anni dopo il “Trattato dell’Eliseo”, firmato congiuntamente da Charles De Gaulle e Konrad Adenauer il 22 gennaio 1963.
Al centro drammaturgico di Après tout, la seconda parte (II. Ressentir inépuisablement – Inesauribile rancore [Unerschöpflich nach-tragen-spüren]), si trova quindi un incontro tra il filosofo francese Vladimir Jankélévitch (1903-1985) e il giovane insegnante di liceo tedesco Wiard Raveling. Jankélévitch, importante per Lévy anche per il suo concetto filosofico-musicale dell'”ineffabile” e del “presque rien et un je ne sais quoi”, ha lavorato approfonditamente sulla questione del perdono, ma personalmente ha mantenuto un atteggiamento intransigente nei confronti della Germania del dopoguerra. Ancora nel 1980, in occasione di una trasmissione radiofonica (Le masque et la plume), l’atteggiamento di Jankélévitch, che dalla fine della guerra aveva deciso di bandire dalla sua vita tutto ciò che era tedesco, compresa la musica e la filosofia, era rimasto immutato. Riguardo ai tedeschi della sua generazione, dichiarò che avevano ucciso sei milioni di ebrei e non provavano alcun rimorso: “Mangiano bene, dormono bene, fanno buoni affari, il marco va alla grande, come sapete, gli affari vanno bene, sono estremamente soddisfatti, non ci devono nulla”. Riprendendo questa frase, Raveling, nato nel 1939, scrisse dopo la trasmissione una lunga lettera in francese perfetto a Jankélévitch, in cui citava la “Fuga di morte” di Paul Celan, raccontando in modo toccante la sua traumatica comprensione dei crimini tedeschi e la sua sofferenza per il proprio Paese, per poi invitare con grande modestia il lontano filosofo a visitare lui e la sua famiglia nella Frisia orientale. Jankélévitch rispose. Aveva aspettato una lettera del genere per trentacinque anni, una lettera, precisava, in cui gli orrori fossero completamente “accettati” da qualcuno che non poteva farci nulla. Jankélévitch non voleva andare in Germania, ma invitò Raveling a Parigi, invito che Raveling accettò poco dopo.
Il centro formato dall’incontro Raveling-Jankélévitch è preceduto da un primo movimento (I. Nous étions si semblables – Eravamo così simili) che evoca un altro rapporto franco-tedesco, ormai tendenzialmente caduto nell’oblio e caratterizzato da una profonda avversione culturale. Un testo di questa parte è la quarta lettera di Albert Camus a un ex amico tedesco [Lettres à un ami allemand], scritta nel contesto del suo impegno nella Resistenza. Essa è permeata da uno spirito combattivo e, guardando indietro alla passata posizione ideologica comune, mantiene un atteggiamento che include comunque il nemico nella comunità umana.
Il terzo movimento conclusivo (III. Le grand théâtre du pardon – Il grande teatro del perdono) rompe la conclusione armoniosa del secondo movimento di Raveling-Jankélévitch e, in una polifonia di voci, sposta l’attenzione dal lungo dopoguerra franco-tedesco al campo più ampio dei conflitti attuali, del perdono (im)possibile e dei concetti culturali di perdono (tra cui l’Ubuntu di Desmond Tutu, L’etica del risentimento di Jean Améry, il perdono terapeutico di Eva Kors, il profondo scetticismo di Nietzsche nei confronti del perdono, il Vangelo). Ciò dà origine anche a toni assurdi. Ma “teatro del perdono” non significa necessariamente falso o ipocrita, anche se queste sono possibili modalità del perdono. La metafora teatrale, utilizzata anche da Derrida, rimanda piuttosto al processo e alle condizioni quadro di ogni perdono, cioè ai testimoni che vengono presi in considerazione quando si parla e si scrive, alle convulsioni e alle trasformazioni che attraversano i critici e i sostenitori del risentimento, coloro che perdonano liberamente o con riluttanza, coloro che chiedono perdono per conto proprio o per conto di altri, o coloro che sono convinti di non perdonare.
In tutte e sei le scene i testi sono in parte cantati, in parte recitati o, in alcuni punti, entrambi insieme, ad esempio quando, nel senso etnologico della “maschera”, il gruppo segue il narratore come un’ombra vocale. Le voci e gli strumenti sono eseguiti in modo omoritmico, monodico, eterofonico, attraverso hoqueti o polifonico. Nel primo movimento, essi stanno dietro agli strumenti come una sorta di coro greco della tragedia, nel secondo movimento emergono il baritono come protagonista e il tenore come deuteragonista, nel terzo movimento il confuso e contraddittorio “théâtre du pardon” è sottolineato anche dalla disposizione spaziale attorno all’ensemble strumentale. Nella musica di Lévy si nascondono alcuni simboli, come ad esempio il predominio temporaneo della nota Re e l’onnipresenza dell'”aria”, resa udibile dagli strumenti a fiato, dalla voce, dalla fisarmonica, dagli archi vibranti o whirly tubes – come il respiro della vita, come il fumo apostrofato da Raveling dai camini dei forni crematori dei campi di concentramento o come il vento dell’oblio. “Le vent qui balaie les souvenirs”.
Elisa Primavera-Lévy
La WunderKammer Orchestra – Camerata degli Ammutinati è un collettivo di musicisti specializzato in musica contemporanea, nato con l’obiettivo di ricomporre il rapporto tra pubblico, arte e società. L’ensemble mira a presentare la musica come specchio del nostro tempo, attraverso performance particolarmente attente al coinvolgimento del pubblico. Ha già partecipato a rinomati festival quali Ossessioni e il Cantiere Internazionale d’Arte di Montepulciano, e si è esibita a Napoli, Imola, Faenza, Bologna, Pesaro, Urbino, Ancona e Feldkirch.
L’Orizzonte Vocale nasce con l’intento di valorizzare e dare spazio esecutivo al vasto e poco frequentato repertorio vocale per sole voci maschili. Il gruppo, che si esibisce sia a cappella che con accompagnamento strumentale di vario genere, si pone come obiettivo quello di abbracciare il più vasto repertorio possibile, a partire dalla nascita della polifonia di epoca medievale passando attraverso il rinascimento, il repertorio romantico e del Novecento. Il gruppo inoltre pone attenzione all’esecuzione e commissione di musica di autrici ed autori contemporanei, soprattutto italiani, ritenendo fondamentale lo sviluppo e la promozione di un nuovo repertorio.
Guido Barbieri insegna Storia ed estetica della Musica al Conservatorio “Bruno Maderna” di Cesena. Per vent’anni critico musicale del quotidiano La Repubblica, scrive attualmente per pagine culturali de Il Manifesto. Collabora stabilmente come tutor con la Biennale Musica di Venezia. Dal 1980 voce “storica” di Radio 3 si dedica principalmente, oggi, alla drammaturgica musicale, rivolgendo una particolare attenzione alla “musica della realtà”.
Ha scritto testi, libretti e readings destinati ad alcuni dei maggiori compositori italiani: Ennio Morricone, Adriano Guarnieri, Azio Corghi, Ivan Fedele, Lucia Ronchetti, Silvia Colasanti, Riccardo Nova, Fabio Cifariello Ciardi, Claudio Rastelli, Mauro Cardi, Robeerta Vacca, Luigi Ceccarelli, Paolo Marzocchi, Fabrizio De Rossi Re, Andrea Molino, Michele Tadini, Michele Sammarchi, Paolo Aralla e molti altri.
Ha condiviso il palcoscenico, nel ruolo di voce narrante e recitante, con musicisti come Mario Brunello, Giuliano Carmignola, Andrea Lucchesini, Marco Rizzi, Danilo Rossi, Giampaolo Pretto, Alessio Allegrini, Luca Franzetti, Claudio Pasceri, Gabriele Mirabassi, Ramin Bahrami, Maurizio Baglini, Silvia Chiesa, Gabriele Pieranunzi, Francesco Senese, Roberto Prosseda, Giuseppe Andaloro, Michele Marco Rossi, Massimo Mercelli, Laura Catrani, Valentina Coladonato, l’Ensemble Ars Ludi.
I suoi testi sono stati messi in scena e interpretati, in diversi teatri italiani e stranieri, da personalità del teatro come Giorgio Barberio Corsetti, Elio De Capitani, Carlo Cecchi, Toni Servillo, Maria Paiato, Moni Ovadia, Vinicio Marchioni, Alessio Pizzech e molti altri.
I titoli più importanti sono Portopalo. Nomi su tombe senza corpi, Night Commuters, Three Miles Island, Al Kamandjati, basato sulla storia del musicista palestinese Ramzi Aburedwan, Le ossa di Cartesio, In alloro mutò il suo pianto. Numerosi in particolare, i testi e gli spettacoli dedicati alla musica della Shoah. Tra gli altri La corda spezzata, un radiodramma sui musicisti di Terezin prodotto da Radio 3 e presentato al Prix Italia, l’adattamento di Badenheim 1939 di Aaron Appelfeld e de I Cannibali di George Tabori, Le imperdonabili, basato sui Diari di Etty Hillesum, Un violoncello nell’inferno di Terezin, Dove almeno troverò un po’ di pace, dedicato alla vicenda di Orlando Orlandi Posti, uno dei martiri delle Fosse Ardeatine, Il diario di Dora Klein, Storia di Jean e Jean, sulla vicenda di Jean Le Boulaire/Jean Lanier, e inoltre il libretto dell’opera Il viaggio di Roberto. Un treno verso Auschwitz, su musiche di Paolo Marzocchi. Le opere più recenti sono In alloro mutò il suo pianto con musiche di Luigi Sammarchi, presentato a Bologna Festival 2021, The Running Game con Paolo Aralla e Michele Marco Rossi messo in scena al Festival Est Ovest di Torino, Storia di un Gesù con Massimo Mercelli e l’Orchestra Calamani al Teatro Mancinelli di Orvieto, Vorrei essere scrittore di musica, un recital per voce narrante e violoncello ideato insieme Mario Brunello e dedicato al rapporto tra Pasolini e Bach, e infine due lavori con le musiche originali di Paolo Marzocchi: Ho bisogno di un eroe, dedicato alla relazione amorosa tra George Byron e Teresa Guiccioli, e Stabant Matres, rappresentato nella Chiesa di S. Vitale, a Ravenna, per Ravenna Festival 2023.
Dopo avere fondato la Human Right Orchestra, la rassegna Contemporanea all’Auditorium di Roma, l’Associazione She Lives e il Comitato Terezin 17/10 attualmente è direttore artistico della Società dei Concerti Guido Michelli di Ancona e del Festival del Quartetto al Teatro dei Documenti di Roma, nonché membro del comitato artistico (insieme a Bernard Haitink, Diego Matheusz e Francesco Senese) del Festival sull’Acqua di Colico e della direzione artistica dell’Archivio Nazionale del Diario di Pieve S. Stefano. Tuttora scrive saggi e tiene conferenze per le maggiori istituzioni musicali italiane. Nel 2009 ha ricevuto il Premio Feronia per la critica musicale.



