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GUIDO BARBIERI

giovedì 23 Aprile | ore 20.30

AdM Drama


“Una inebbriante orchestra di rumori”.
La relazione tra fabbrica, suono e rumore nella storia della musica d’arte

GUIDO BARBIERI musicologo

 

Ingresso libero per tutti i Soci AdM
Ingresso a 5,00 € per tutto il resto del pubblico
Vista la capienza limitata del Drama Teatro (70 posti), l’accesso è consentito fino a esaurimento dei posti disponibili


La cosiddetta “musica d’arte” ha ignorato per più di un secolo, voltando la testa dall’altra parte, la più profonda e sconvolgente trasformazione economico-sociale del secondo millennio: la cosiddetta Rivoluzione Industriale. Mentre negli ultimi decenni del Settecento vengono inventate, a ritmo febbrile, nuove macchine in grado di rendere sempre più veloce la produzione dei manufatti tessili (la spoletta volante, la giannetta, il filatoio idraulico, il telaio meccanico) compositori, interpreti e pubblico sembrano non accorgersi di nulla: nelle dimore borghesi domina l’eleganza della hausmusik, nei teatro d’opera l’aristocrazia gode dei dramma metastasiani e delle opere comiche italiane, le sale da concerto ospitano orchestre assai simili a quelle di cinquant’anni prima. Ma anche quando, un secolo dopo, scoppia la cosiddetta Seconda Rivoluzione Industriale la musica colta, a differenza ad esempio della pittura (basti pensare al celebre dipinto di Turner del 1844, Rain, Steam and Speed, che rappresenta una locomotiva mentre attraversa un ponte sul fiume) non subisce scosse apparenti e forse nemmeno sotterranee. Quando negli anni Settanta dell’Ottocento l’uso sistematico e pervasivo delle macchine si estende a tutti i settori produttivi, dalla siderurgia alla chimica, dall’industria alimentare all’agricoltura fino ai trasporti, teorici e compositori sono ancora prigionieri di diatribe tanto astratte quanto fuori dal tempo come quella tra “musica pura” e “musica a programma”. E l’universo delle macchine rimane per i compositori un luogo, misterioso, inaccessibile, in alcuni casi addirittura ostile (come non ricordare l’orrore suscitato nell’anziano Gioachino Rossini dal rumore e dalla velocità dei primi treni a vapore…). Una eccezione, purtroppo isolata, ma non per questo meno stupefacente, è rappresentata da Hector Berlioz, non a caso uno dei compositori più radicali e sperimentali del primo Ottocento. Per spiegare ad un amico, Hubert Ferrand, lo stato d’animo in cui si trova al momento della genesi della Symphonie Fantastique il compositore ricorre, nel 1830 (!), ad una imprevedibile metafora macchinistica che purtroppo non si trasforma in suono: “Sento – scrive – il battito del mio cuore: le sue pulsazioni mi scuotono come i pistoni martellanti di una macchina a vapore”.

Sono state, ottant’anni dopo, le avanguardie artiche del primo Novecento, in primis il movimento futurista, a mettere al centro del lavoro artistico la fabbrica moderna: “I motori e le macchine delle nostre città industriali – si legge ne L’Arte dei rumori, il manifesto della musica futurista lanciato da Luigi Russolo nel 1913 – potranno un giorno essere sapientemente intonati, in modo da fare di ogni officina una inebbriante (sic) orchestra di rumori”. La fabbrica futurista (nonostante le arditissime invenzioni architettoniche di Antonio Sant’Elia e la sua strabiliante Centrale elettrica) rimane però un luogo puramente simbolico, estetizzato ed estetizzante, culla di immaginarie e rumorosissime orchestre meccaniche che hanno il solo scopo di contrapporsi polemicamente alle orchestre tradizionali, quelle che lo stesso Russolo definisce, con tono sprezzante, “ospedali di suoni anemici”.

Il passaggio dal mito alla realtà, nella relazione tra musica e fabbrica, avviene qualche anno più tardi, durante la seconda fase, quella involutiva, della Rivoluzione Sovietica. Per celebrare anche attraverso le arti, formidabile strumento di propaganda, il processo di industrializzazione forzata imposto dalla NEP, La Nuova Politica Economica lanciata da Lenin nel 1921, il regime spinge artisti ed intellettuali ad elaborare una nuova etica del lavoro, basata sul rapporto tra uomo e macchina. Una vera e propria campagna politico-culturale a sostegno dei due grandi progetti di rinnovamento sociale promossi dalla Repubblica dei Soviet: la meccanizzazione del lavoro agricolo (ancora inchiodato ai metodi di coltivazione del Medio Evo russo) e la creazione, dal nulla, dell’industria pesante. Occorreva che il cinema, il balletto, l’opera celebrassero con il dovuto fasto i nuovi eroi della Rivoluzione: la classe contadina e la classe operaia, unite dalla fiducia nel progresso e nella tecnologia delle macchine. Ed ecco che la nuova fabbrica sovietica diventa il soggetto di innumerevoli film, opere teatrali, balletti. Anche la musica d’arte partecipa attivamente a questo processo di rinnovamento estetico: Sostakovic nel 1927 introduce il suono delle sirene industriali nella sua Seconda Sinfonia, intitolata “All’ Ottobre”, nello stesso anno Prokof’ev presenta a Parigi il balletto Pas d’acier, e sempre nel ’27 (annus mirabilis…) Alexander Mosolov scrive Fonderia d’acciaio. Solo per citare i titoli più noti.

La fabbrica occidentale, il cuore del capitalismo industriale europeo, non riceve, nella prima metà del Novecento, altrettante attenzioni, rimanendo confinata in una ottocentesca lontananza. E anche la musica del Nuovo Mondo, se si escludono i ritratti urbani, ma extra industriali, disegnati da Ives e Varèse, sembra ignorare la dimensione sociale e sonora della fabbrica. Le sole eccezioni, che rispondono più ad una estetica del macchinismo che ad una visione consapevole del paesaggio industriale, sono Pacific 231 di Arthur Honneger e Rotativa di Giacinto Scelsi. Sarà il secondo Novecento a riscoprire la fabbrica non solo come mero contenitore di suoni e rumori, ma come centro vitale del conflitto tra capitale e lavoro. Le esperienze cardine del dopo guerra sono senza dubbio, in Italia, quelle del leggendario concerto tenuto da John Cage e David Tudor al Centro Culturale Pirelli nel 1954 e il canto isolato, ma non per questo meno cruciale, di Luigi Nono che con La fabbrica illuminata realizza una sintesi allora del tutto inedita tra sperimentazione sonora e radicalismo politico.

Guido Barbieri


Guido Barbieri è nato a Parma nel 1956. Dopo gli studi liceali si è laureato in Filosofia e Pedagogia presso l’Università degli Studi di Padova. Tra il 1979 e il1981 ha collaborato in qualità di critico teatrale e musicale ai quotidiani La Tribuna di Treviso e Il Mattino di Padova. Nel1981 ha iniziato la sua collaborazione con i programmi musicali della RAI. Prima con Radio Uno (Civiltà dello Spettacolo) e poi con Radio Tre (Pomeriggio musicale, Concerto del mattino, Un certo discorso, Rassegna delle riviste, Antologia, Appunti di volo, Radio Tre Suite). Attualmente svolge le funzioni di conduttore e inviato del programma Radio Tre Suite e di consulente musicale della Terza Rete Radiofonica della Rai. Per Rai International ha curato e presentato di recente otto cicli monografici di argomento musicale andati in onda in 35 paesi stranieri. Per Rai Sat Show ha realizzato, in occasione delle celebrazioni verdiane del 2001, la presentazione del ciclo integrale delle opere di Giuseppe Verdi. L’intero ciclo viene è stato replicato nei mesi scorsi da Rai5 nell’ambito delle trasmissioni celebrative del 150° anniversario della Unità d’Italia. Nel 1985 ha iniziato un lungo rapporto di collaborazione, in qualità di critico musicale, con il quotidiano Il Messaggero di Roma, rapporto che è poi proseguito, a metà degli anni Novanta, con Il Gazzettino di Venezia. Attualmente è uno dei critici musicali del quotidiano La Repubblica. Nella prima metà degli anni Ottanta ha organizzato mostre, convegni e rassegne concertistiche per il Cidim, il Comitato Italiano Musica aderente all’Unesco. Ha poi svolto le funzioni di consulente musicale pressola Direzione Generale delle Relazioni Culturali del Ministero degli Affari Esteri e ha partecipato alle Commissioni bilaterali per l’assegnazione delle borse di studio assegnate agli studenti italiani dai principali paesi stranieri. Intensa l’attività pubblicistica: ha realizzato programmi di sala, conferenze e traduzioni per alcune delle maggiori istituzioni musicali italiane: Orchestra Sinfonica di Roma della Rai, Teatro dell’Opera di Roma, Accademia Nazionale di S. Cecilia, Teatro del Maggio Musicale Fiorentino, Teatro La Fenice di Venezia, Teatro Massimo di Palermo, Teatro S. Carlo di Napoli, Teatro Pergolesi di Jesi, ecc.., nonché per festival e rassegne musicali (Sagra Musicale Umbra, Settimane Musicali Senesi, Panatenee Pompeiane, Festival delle Nazioni, Nuova Consonanza, Centro Ricerche Musicali di Roma, ecc..). Ha collaborato e collabora tuttora a numerose riviste specializzate (Musica e Dossier, Giornale della Musica, Suono, Amadeus, Piano Time, Applausi, Leggere, Sistema Musica) e ha diretto per quasi dieci anni il trimestrale “Suono Sud” pubblicato dall’Istituto per lo Sviluppo Musicale del Mezzogiorno. Ha realizzato due volumi: una monografia dedicata a Georg Friederich Haendel, pubblicata da Newton Compton, e una guida all’ascolto de Le Nozze di Figaro di Mozart pubblicata dall’editore Gremese. Nel 2010 ha pubblicato un lungo saggio, intitolato “Le anestesie del cuore”, nel volume collettaneo “I portatori del tempo” curato da Achille Bonito Oliva e pubblicato da Electa Mondadori. È attualmente impegnato nella stesura di una monografia dedicata ad Edgard Varèse che verrà pubblicata dalla casa editrice Epos di Palermo. Ha scritto testi teatrali e radiofonici di argomento musicale (Poiché l’avida sete dedicato a Carlo Gesualdo, Una voce perduta su Farinelli, La civiltà delle macchine su Edgard Varèse, Studio senza luce su Andres Segovia, ecc..) nonché testi e libretti per alcuni compositori italiani (Ennio Morricone, Michelangelo Lupone, Laura Bianchini, Luigi Ceccarelli, Emanuele Pappalardo). Ha scritto il testo dell’opera musicale Portopalo. Nomi, su tombe senza corpi, andata in scena nel dicembre del 2006 all’Auditorium di Roma con le musiche di Riccardo Nova e la regia di Giorgio Barberio Corsetti, e di Al kamandjati, per la regia di Moni Ovadia e le musiche di Franghiz Ali Zadeh. Nel marzo del 2012 andrà in scena allo ZKM di Karlsruhe l’opera multimediale “Three Mile Island” scritta in collaborazione con Andrea Molino. Nel 2007 ha partecipato al Prix Italia con l’opera radiofonica La corda spezzata. Teatro e musica nell’Inferno di Terezin, interpretata da Toni Servillo, Maria Paiato e Antonio Tidona. Ha inoltre collaborato per la realizzazione di testi e traduzioni con numerose case discografiche (Deutsche Grammophon, Rca, Edi Pan, Rai Trade, Stradivarius) e case editrici (Curci, Studio Tesi, Einaudi, Electa Mondadori). Ha scritto alcune voci per L’Enciclopedia Treccani pubblicata dall’Istituto Italiano per l’Enciclopedia e ha realizzato cinque dei venti volumi della “Grande Storia della Musica Classica” pubblicata dall’Editoriale “La Repubblica”. Dal 1984 insegna Storia della musica e Storia ed Estetica musicale nei Conservatori italiani. Dopo i Conservatori di Reggio Calabria, Salerno, Pescara, L’Aquila e Firenze è ora docente di ruolo presso il Conservatorio “Antonio Scontrino” di Trapani. Nel 2006 è stato eletto membro effettivo del Consiglio Accademico e della Commissione scientifica del suddetto Istituto. Attualmente svolge le funzioni di consulente editoriale della Fondazione Musica per Roma per la musica contemporanea. Nel luglio del2005 ha ricevuto il “Premio Feronia” per la critica musicale. E’ direttore artistico della Società dei Concerti “Guido Michelli” di Ancona. Dall’ottobre 2011 è Direttore Artistico della Società Aquilana dei Concerti “B. Barattelli”.

Dettagli

Data:
giovedì 23 Aprile
Ora:
20.30
Categoria Evento:

Luogo

Drama Teatro
viale Buon Pastore 57
Modena, MO 41125 Italia
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